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domenica 29 gennaio 2017

riprese

Il blog.
Questo strumento obsoleto e fuori moda che qualche anno fa era LO strumento.

Non so esattamente cosa mi abbia guidato sino a qui, fatto sta che rileggermi saltellando qua e là per i miei anni venti (e inizio trenta) mi ha fatto prudere le dita e le ha indirizzate sulla tastiera del mio Macbook nuovo fiammante, su cui rimbalzano amabilmente mentre le parole mi singhiozzano per la testa.

Non so bene di cosa scrivere. Forse è semplicemente una disabitudine al formulare pensieri più lunghi di poche parole per accompagnare una foto o un video su Facebook. Tutta colpa di Facebook. E degli Smartphone. Dove, per carità, grazie alla funzione di dettatura i messaggi inviati tramite WhatsApp diventano piuttosto lunghi senza troppo sforzo, ma non possono raggiungere lo scopo di un diario che chissà chi leggerà dopo anni di totale inutilizzo.

E poi per dire cosa? Parlare di me nel vento? Tra poco compirò trentasette anni suonati, un po' troppi per perdere tempo rincorrendo le parole. Tuttavia quando mi rileggo trovo i miei scritti così indispensabili, e così vivi. Mi tornano in mente i tempi che furono, che tutto sommato non sono così distanti, eppure mentre la vita si accumula sulla strada che mi lascio alle spalle sembra diminuire le distanze. Se penso alla mia adolescenza, ogni anno - quello dei quindici e poi quello dei sedici, e quello dei diciassette e infine dei diciotto - mi sembrava unico, tendente all'infinito, così pieno e ricco. Poi, ad un certo punto sul finire dei venti, mi sono ritrovata a trentasei anni suonati, con un marito, una figlia (eh sì, una figlia, anche se di soli quattro mesi!) e il tempo che corre sempre più veloce.

Impossibile che quel taglio drastico dei capelli sia stato già due anni fa! Incredibile come il pancione in cui per nove mesi ho portato Agata sia cosa dell'anno passato. Inaccettabile che l'ultimo vero viaggio extra europeo risalga al giro in Thailandia del 2013. Che detto in questo modo mi fa pensare che dopotutto sono passati solo tre anni e qualche mese, ma nei ricordi mi sembra di dover pescare molto più indietro, in una sorta di preistoria della mia vita da adulta. Come se la gravidanza mi avesse fatto saltare a piè pari un intero ciclo di stagioni: inverno, primavera, estate, autunno. Volatilizzate, tra cambiamenti lavorativi, chili accumulati, bruciori di stomaco e curiosità per una nuova vita che pian piano si faceva spazio nella mia pancia, prima ancora che nella mia testa.

Certo non è solo colpa della gravidanza se tutto si è accelerato. Probabilmente è così che succede a tutti una volta terminata quella fase che si chiama "giovinezza" e si entra finalmente nell'età adulta. Il mezzo del cammin di nostra vita. Ricordo ancora quando la prof di lettere al liceo ci ha detto che Dante ne aveva trentacinque di anni. Quasi un vecchio per la diciassettenne di terza liceo che la ascoltava rapita.

Mi vedranno così i miei futuri alunni: ormai non posso più giocare a fare la prof giovane anche se ci sono prof molto più vecchi di me. La distanza si nota eccome, almeno in termini di gusti musicali e di abitudini "sociali". Snapchat e Ed Sheeran, sbocciare (non di fiore ma di bottiglie) e BFF. Questo è quanto sono riuscita a carpire dai discorsi dei ragazzi al di fuori delle interrogazioni su Michelangelo e compagnia bella, ma sono sicura di essere già rimasta indietro, non fosse altro che tra astensione obbligatoria per maternità e vacanze estive la mia routine quotidiana si è pesantemente modificata negli ultimi sei mesi e non frequento più quindicenni se non in rarissime occasioni. Ma ben presto ricomincerò a farlo e non vedo l'ora!

Sono forse una madre degenere? Ultimamente me lo chiedo spesso, paragonandomi ad altre mamme che conosco. Ma non potrei comportarmi altrimenti, anche se quattro mesi fa quella piccola creatura ha fatto irruzione nella mia vita nel momento in cui me l'hanno appoggiata sul cuore ancora umida e urlante e l'ha cambiata per sempre.


domenica 15 settembre 2013

cara valentina...

...il tempo non fa il suo dovere, e a volte peggiora le cose.

così diceva max gazzè in una bella canzone.

e così inizio io, cara valentina, alunna maturata a luglio e appena rivista nella tua "vecchia" scuola prima della tua partenza per venezia, per la tua nuova vita universitaria. non sapevo che alla fine avessi scelto lingue orientali proprio lì, a venezia: me l'hai detto così, ieri, durante una lezione che hai interrotto, scoprendo che anche io avevo studiato lì.
non sei la mia prima alunna che va a studiare a venezia da como, e non sarai neanche l'ultima, ma stasera ti sento molto vicina, immaginando la tua prima notte nella tua nuova casa veneziana. mi hai detto che l'hai trovata a piazzale roma, suppongo non affacciata esattamente sul piazzale, ma nel lato che dà verso santa marta. hai anche messo una foto su facebook, oggi, mia nuova amica di facebook e mia vecchia alunna dalle ciglia lunghe e dagli occhi verdi come il mare, con il canal grande visto da piazzale roma. forse non una delle vedute migliori ma sicuramente tra le prime che abbagliano i visitatori con lo splendore dell'acqua e dei palazzi.
ti immagino nella tua stanza da universitaria con la scrivania ancora libera dai libri che si accumuleranno esame dopo esame: una stanza impersonale che cercherai di fare tua, valigia dopo valigia, ritorno dopo ritorno, magari insieme ad una compagna di stanza con cui chiacchiererai all'infinito prima di addormentarti, raccontandovi a vicenda della vostra vita passata e di quella presente, pensando poco a quella futura, ché i vent'anni non sono il momento di riflettere sul poi, ma sull'ora.
ti immagino alle prese con i sughi pronti e le spese da billa, ancora poco allenata a cucinare, lavare i panni e fare tutte quelle cose superflue che fanno le casalinghe. del resto quella degli studenti è una vita al risparmio, non solo del riscaldamento in inverno, ma anche delle fatiche legate alle incombenze di tutti i giorni. del resto sono altre le cose importanti: gli appunti delle lezioni, gli spritz in campo santa margherita, le feste degli studenti erasmus, le passeggiate notturne in mezzo alla nebbia, le trasferte in treno con la musica nelle orecchie e un libro da sottolineare per tornare a casa, quella "vera" che ti sembrerà sempre meno casa. sono cose che ora non conosci nemmeno, ma imparerai ad amare, a ricercare, a riconoscere come routine quotidiana. imparerai a non poterne fare a meno. ti inserirai in quella catena infinita che è l'esperienza di tanti, che non avresti mai potuto immaginare ma è molto più comune di quanto tu possa renderti conto ora e nei prossimi anni. la rimpiangerai quando dovrai uscire dal mondo fatato degli universitari, dell'andare avanti esame dopo esame, semestre dopo semestre, con nuovi amici, nuovi coinquilini, nuovi amori e tante pazzie piccole o grandi, che segneranno per sempre la tua essenza. il liceo ti sembrerà roba da poco, anche se ti accorgerai quanto ti ha strutturato nel futuro.
mi raccomando, cara valentina, perditi nelle calli e nei campi, sbircia nei sottoporteghi ed entra nelle chiese e negli androni dei palazzi. salutami bellini e tiziano ai frari. cammina sempre con la testa all'insù e un occhio alla strada, fino a quando venezia sarà anche un po' tua, fino a quando non riuscirai più a perderti neanche volontariamente perchè ti sarà talmente entrata dentro che i sestieri non apparranno più come dei labirinti magici ma tutto si sbroglierà, i nomi torneranno, le curve e le svolte saranno impresse nei tuoi piedi e saprai raccontare a memoria il percorso per san marco o per rialto ad un qualsiasi turista che al secondo ponte si sarà già dimenticato tutto.

giovedì 5 aprile 2012

cose di altri tempi


una vecchia del secolo passato, ecco cosa sono. almeno stando agli sguardi increduli di una mia classe di alunni (ok, prevalentemente alunne) che per il matrimonio ha regalato a me e al mio maritino un coupon per un weekend romantico. lo abbiamo sfruttato a inizio marzo, scegliendo come destinazione il pistoiese tra piccoli borghi e città meno impegnative di firenze, lucca o pisa.
fin qui, niente di strano.
il problema è che ieri mattina, in classe, ho finalmente portato le foto da mostrare in classe con il videoproiettore. so che non è una lezione di storia dell'arte propriamente ortodossa ma cosa c'è di meglio se non far vedere che la materia che insegni è la tua passione anche in privato? poco importa se ogni tanto, tra le foto, ci scappa quella del marito che si mette in pose plastiche davanti a un protiro romanico, o della moglie-prof che fa facce buffe a imitazione dei mostriciattoli onnipresenti sui capitelli.
anche questo però non dovrebbe destare alcuno scandalo. i miei alunni mi conoscono e sanno che a volte sono poco ligia al mio ruolo di docente, come quando in gita canto le sigle dei cartoni animati al microfono del bus o improvviso un forte accento russo mentre spiego le cupole del cremlino.
in alcune di queste foto però compariva ogni tanto una terza persona oltre a me e al mio maritino, e mi sono sentita in dovere di spiegare ai ragazzi chi fosse: il mio primo amore a distanza dei tempi del liceo, massimo, che ho rivisto proprio durante questo weekend dopo anni che ci sentivamo solo per via telematica. lui è di fucecchio, amico del mare di amici, e la scintilla era scoccata durante una vacanza sulla neve con l'oratorio, probabilmente durante la seconda superiore. ovviamente è finita come finiscono tutte le storie adolescenziali a distanza: con un lento e progressivo spegnersi della scintilla che ha però lasciato una tenerezza e un affetto che ancora oggi passano nei sempre più rari abbracci non virtuali (basti dire che l'ultima volta che ci eravamo visti era stato in occasione della mia festa di laurea).
ovviamente la popolazione femminile della classe si è messa a fare risolini e urlettini quando ho raccontato che quel ragazzo (forse loro lo vedono come "signore") ritratto a fianco di mio marito era l'amore dei tempi del liceo della loro professoressa. deve essere sembrato piuttosto strano che non si prendessero a botte in preda ad attacchi di gelosia postuma o retroattiva (a seconda dei punti di vista). il parallelo con loro era troppo stretto! ragazzine di diciassette anni che come me allora si struggono d'amore per una storia impossibile.
ma quello che le ha lasciate davvero interdette è stato raccontare come io e lui ci tenevamo in contatto e ovviavamo alla distanza così mastodontica: la corrispondenza per lettere cartacee e le sporadiche telefonate dalla cabina, con la tessera da 5000 lire che si esauriva nel giro di pochi minuti. non l'avessi mai detto!
insomma, devono avermi visto come uno di quegli scheletri di dinosauri appesi al soffitto del museo di storia naturale di milano.
alunna n.1 (tipa pratica): "prof, ma quanto tempo ci voleva perchè arrivasse una lettera?"
prof: "considerato che non c'era ancora la posta prioritaria, almeno tre o quattro giorni".
alunna n. 2 (tipa molto simpatica): "ma prof ma lei avrà fatto il liceo quindici anni fa, non sono mica passati secoli!"
prof: "eh ragazzi non me lo ricordate! 
alunna n. 3 (tipa sensibile): "ma allora quando noi siamo nate lei era come noi adesso!"
prof: lacrimuccia
alunna n.4 (tipa tecnologica): "ma internet non c'era ancora?? ma non ci credo!"
prof: "io ho iniziato a avere internet quando ero in quinta liceo"
alunna n. 5 (tipa incredula): "ma non esistevano i cellulari??"
alunna n. 6 (tipa ricca): "prof io mi ricordo che mio papà aveva un cellulare ma era grossissimo!"
prof: silenzio


venerdì 27 maggio 2011

sconclusionamenti

Ho fatto un po' di fatica a capire quale tasto schiacciare per riprendere la scrittura su questo antico quadernino elettronico. In effetti non so nemmeno cosa scrivere. Ma l'estate è qui, ci sono anche dei tuoni lontani che lo confermano, e il sonno che credevo di avere è sparito cancellato da qualche ricordo e da un po' di zapping per la rete.

Non credo ci sia qualcuno a leggere queste righe, ma bastano per me, perchè lo scrivere è calmante e ispirante, e facebook non ha nè l'una nè l'altra qualità. O forse sì.

Sono a un passo da un passo veramente importante. il 16 luglio sarà una data memorabile, una nascita ad una vita nuova, portatrice di infinite conseguenze: cambio casa, stato civile, regime alimentare, materasso e chi più ne ha più ne metta. Altre cose invece rimarranno come sono da qualche anno. Il mio status di prof, le verifiche da correggere che si impilano e si impolverano sulla scrivania, i capelli ricci e lunghi che incorniciano qualche ruga in più, il sogno di tornare a Venezia nel mese più frizzante di sagre, bagni al lido e nottate infinite a passeggio per le calli, finite a studiare tomi e tomi di storie di artisti. Non a caso mi sono appassionata della storia della Repubblica del Leone di Zorzi. Molto più intrigante di un romanzo, cementifica il mio legame con la laguna e l'odore di umido che sale dai muri.

Ma basta con Venezia, che la mia vita prende una svolta anche qui, semplicemente in Brianza. C'è una casa arredata a cui mancano gli orli delle tende e due persone che la vivano di giorno e di notte. C'è un ragazzo con i capelli lunghi di cui ho scritto anni fa proprio qui, che mi ha fatto innamorare di lui e mi ha scelto come sua compagna per la vita.. magari chissà, di nuovo a Venezia. Per ora sono contenta di stare qui ed essere sconclusionata come solo il filo dei pensieri riesce ad attorcigliarsi con i ricordi e i sogni futuri.

mercoledì 19 novembre 2008

domani vado a venezia per un funerale.

l'occasione non è delle più felici. se n'è andata una parente alla lontana, anziana e malata da tempo, ma non riesco a contenere l'eccitazione per tornare in laguna, anche se si tratterà di una toccata e fuga. non credo ci sarà acqua alta, come all'ultimo funerale a cui ho partecipato, con tanto di motoscafo diretto all'isola di san michele, ovvero al cimitero dei veneziani.

dovrebbe essere una perfetta giornata di sole e freddo, una di quelle giornate che tanto mi mancano dei miei anni universitari. una di quelle giornate trascorse da una biblioteca all'altra, in diverse parti della città, camminando con la sciarpa al collo e i riflessi del sole nell'acqua scintillante dei canali, che accendono gli intonaci scrostati dei palazzi.

vorrei fare un salto in università, catturare una frazione di lezione a san sebastiano. chissà che lezioni ci sono domani verso l'ora di pranzo.

vorrei passare in dipartimento, salutare il mio prof di tesi e qualche ex compagno che non si è staccato dall'ambiente universitario, ma non metto piede in dipartimento da troppo tempo, e so che la sede è cambiata, e mi sentirei spersa senza più le mie stanzine di palazzo querini con i pavimenti inclinati che rimbalzano, i corridoi affollati di studenti accampati in attesa dei ricevimenti, la certezza di trovare qualcuno con cui scambiare qualche parola.

giovedì 16 ottobre 2008

la quinta elle

undici su diciotto circa.

i banchi a ferro di cavallo hanno aiutato a ricostruire un elenco pseudoalfabetico che non sentivamo pronunciare da nove anni e, complice la tecnologia che a volte rima con nostalgia, ci siamo ritrovati nel parcheggio davanti a scuola.

c'era la femme fatale che fa la giornalista e mi ha recuperato con la sua micra alla stazione, sta con un argentino conosciuto nel bar dove lavorava sin dai tempi del liceo, quando il sabato mattina alla prima ora ronfava durante filosofia per recuperare il sonno perso dietro al bancone.

c'era il copywriter che deve ancora laurearsi e va in giro con un paio di occhialoni neri da intellettuale filosofo letterato e si stropiccia le mani mentre ti spiega le cose, proprio come faceva durante le interrogazioni di storia dell'arte e letteratura italiana.

c'era la collega rappre(sentante degli studenti insieme a me nella lista "le matite spezzate continuano a disegnare") che si è sposata con il suo moroso mr. oasis dei tempi del liceo e segue bambini sordomuti accompagnandoli dall'asilo al liceo.

c'era la stilista in erba con la pelle di velluto uscita dallo ied che ha odiato lavorare con dolce (stefano) e ora idolatra la sua nuova capa donatella (versace) per il piattume del suo naso e il suo volto simile a una vera opera plastica.

c'era la gallerista d'arte part time che nel tempo più o meno libero porta in giro per il mondo le persone e lavora per una società che organizza assaggi enogastronomici.

c'era la grafica pubblicitaria che lavora per un mobilificio brianzolo nel settore cataloghi e fiere e ogni tanto compare in qualche foto stile calendario (vestito) con il suo sorriso smagliante di sempre e la risata contagiante.

c'era lo sbruffone che al liceo non ha mai combinato niente ma ha le mani in pasta in mille giri tra politica e regione lombardia e o lo ami o lo odi (e io lo amo perchè insomma non è che ci fosse molta scelta con soli due maschi in classe).

c'era la quasi mamma che restaura mobili e l'anno scorso ha dato alla luce letizia maria, piccola creaturina vissuta solo mezzora ma tanto voluta e tanto amata, che tra poco avrà un fratellino che proteggerà e seguirà dal cielo.

c'era l'impiegata di banca che non si capisce come abbia fatto a finire in banca dopo il liceo artistico ma tant'è (e se la spassa anche, e ci va in bicicletta)

c'era la "flower artist" che dimostra come purtroppo chi esce dall'accademia nel 99% dei casi se la cava come riesce, con un lavoro di fiorista ereditato dalla famiglia e la flemma costante dal primo giorno della prima liceo.

mancava l'illustratrice freelance con un sacco di talento che si è appena trasferita a londra con il neomarito, la quasi avvocatessa aspirante miss padania che ha tirato un mega pacco all'ultimo minuto, la pazza con i capelli da medusa che è stata forse l'unica vera artista della classe e  e poche altre pulzelle dal non ben precisato impiego e impegno.

dimenticavo... c'ero io, che proprio dal liceo non ho mai voluto andarmene, e ci sono ancora adesso.

sabato 16 agosto 2008

notte insonne e affamata

sto perdendo il conto dei giorni, delle ore, delle stagioni. là estate qui autunno domani bagno al lago stasera prima freddo poi vento tiepido con la luna piena che filtra dalle nuvole, dalla scalinata della rotonda, la stessa luna che qualche giorno fa sorgeva non ancora piena dietro la collina di prospect park in faccia a dylan e ai piedi di un milione di stelle.








il jet lag fa parte dei souvenir che uno si porta dietro dalle vacanze. bene non riuscire ad abituarsi in fretta, dà l'idea della distanza che si è coperta, perchè in effetti ero distante. talmente distante che ho imparato a comporre le vocali accentate con l'apostrofo e a digitare la chiocciolina schiacciando maiuscolo+4 e ancora fatico a riprendere l'abitudine. talmente distante che ora ho una fame che ho tenuto a bada con patatine fritte insieme a paolo e un grappolo d'uva bianca gigante, ma che so che mi terrà sveglia fino alle quattro, fino a convincermi di piazzarmi sul divano a guardare qualche gara di qualificazione di lancio del peso in diretta dalla prima mattina di pechino.

le foto non sono mai abbastanza, almeno non tante quante quelle che ho registrato nel mio cervello.

io e jefferson nel giardino della house of the seven gables a salem, paese pieno di streghe cacciate e di musei sulla caccia alle streghe, case coloniali e parchi con spettacoli di danze ucraine messe in scena da piccole bimbe con mattarello e costume tradizionale.








le serate passate a discutere del terzo significato della vita, anche se non ricordo esattamente il secondo, e il ritorno a boston dopo quei dieci giorni di new york che hanno fatto sembrare la prima un paesino di campagna rispetto alla seconda.



guardo e riguardo il video di roberto che fa finta di parlare italiano: mi vengono le lacrime dalle risate e dalla nostalgia di tre città che ho vissute tutte dall'inizio alla fine. mi viene in mente la scenetta che abbiamo fatto alla biglietteria del museo di toronto: lui studente italiano di napoli che ha dimenticato il tesserino e non parla inglese, e io studentessa italiana di venezia che mendica uno sconto studenti per entrambi con il vecchio tesserino della mia università. il tutto per risparmiare due miseri dollari. sarebbe stata da filmare. la serata passata tra i dischi di tomaz e in bici con doug attraversando la città da sud a nord, dal lago al diner, concludendola con un sano sandwich con tanto di patatine fritte pucciate nel gravy.








o ancora mi viene in mente la serata a bloor street ascoltando le variazioni goldberg sul marciapiede su cui glenn gould sarà passato centinaia di volte prima e dopo averle suonate e registrate, finita alle quattro del mattino passando da bach a dylan a una gloomy sunday improvvisata e a decine di altri pezzi ascoltati sul divano senza che il sonno ci ordinasse di andare a dormire.



la spiaggia di nudisti gay dell'isola di toronto è stata un'esperienza, insieme a robert&robert, con le nostre belle bici e l'idea di fare un bagnetto nel gelo del lago ontario, dopo aver ascoltato accuratamente una coppia sui 50 anni, lui di origine italiana, lui di origine non si sa, mandarsi a quel paese con selezionate parole in dialetto misto calabrese e canadese.








il film in bryant park con jason leah kate e felton ed il grattacielo di renzo piano sullo sfondo e i tavolini pieni di cibo messicano, cracker e formaggio arancione, ananas e mirtilli, o ancora l'ultima cena newyorkese della bea che si è concessa (ed io con lei) un sano hamburger con patatine in un diner poco lontano da union square e che si è conclusa con una porcata degna dell'america a base di fonduta di cioccolato con frutta e marshmallow caramellati all'istante.










la gita a ellis island e liberty island della prof ila con la collega prof franci e alcuni alunni a new york per imparare l'inglese, con un cielo da film e i grattacieli di manhattan come tanti omini immobili ammassati per farsi ammirare tra i nuvoloni bianchi e l'acqua.








il viaggio di ritorno è stato triste come ogni viaggio di ritorno in cui non si vuol tornare. ma voglio tenere da conto l'oceano come specchio d'argento che riflette la luna e le finestre dei grattacieli di boston che brillano più delle stelle, un film ambientato a new york nei posti in cui ho camminato fino al giorno prima, un paio di canzoni che suonano continuamente nella mia testa ancora prima di suonare nelle orecchie, un'ultima cena con jefferson nell'ultima bettola del porto di boston che resiste imperterrita all'avanzare dei grattacieli tutto intorno.





giovedì 19 giugno 2008

ho pochi ricordi, ma netti, del mio esame di maturità.

il tema su "i fiumi" di ungaretti, che erano quattro.

la seconda prova, che consisteva nel disegnare per tre giorni di fila una composizione al centro dell'aula a base di pianta, bottiglia di plastica e bottiglia di vetro, panneggio e gesso di un volto scorticato e cavarne una sorta di opera d'arte a proprio piacimento.

la terza prova, con domande di filosofia, storia dell'arte, letteratura inglese e matematica.

infine l'orale, l'8 luglio 1999, durante il quale il baratro in cui ero piombata in matematica negli ultimi due anni di scuola non ha comunque compromesso il 100/100 finale, conquistato con una tesina sulla fotografia stampata su cartoncino rosa salmone. una tesina sudata, quanto si può sudare a 19 anni un saggio di rosalind krauss infarcito di auree e benjaminiane riproducibilità più o meno tecniche di opere più o meno d'arte.

tra gli scritti e gli orali un intermezzo in cima al lago, fatto di una notte lunghissima nell'acqua nera come il petrolio e di una chitarra sulla spiaggia dai sassi ancora caldi per il sole del giorno, cornetti appena sfornati all'alba e una mattina che è iniziata solo al pomeriggio, con due amiche e tre amici di quasi sempre.



in questi giorni guardo i miei ragazzi che conosco dall'anno scorso e che saluterò tra poco.

mi sembra di sentire il bisogno di stropicciarmi le dita e accavallare le gambe, perdermi tra i vocabolari e i fogli protocollo timbrati, alzare la mano e allungare lo sguardo alla ricerca del volto amico di un prof, probabilmente dopo una notte senza sonno, riempita da mille suggestioni dei filmacci di muccino e compagnia bella, partite della nazionale date per perse, pianoforti sulle spalle. ma chi se l'è inventata sta cosa del pianoforte?



si avviano alla vita vera, forse, con quella voglia che solo uno studente alle prese con la maturità può avere.



e dopo una bella vacanza, si spera.



auguro loro che l'università diventi un serbatoio di amicizie italiane, straniere, brevi e intense, lunghe e annacquate, nozioni, soddisfazioni, libri che col tempo riempiono gli scaffali, arrabbiature e litigi, bei viaggi in mezzo, cene improvvisate con gli avanzi e i coinquilini, città scoperte e imparate a memoria, piccole esperienze lavorative, fallimenti e feste sulla spiaggia, pendolarismo acuto o dolce pigrizia nel saltare le lezioni delle dieci, feste di carnevale e biennali di ogni tipo.



tanto gli esami non finiscono mai.

e la voglia di imparare?

mercoledì 14 maggio 2008

bene.



domani e dopodomani verrò esaminata per vedere se sono capace di fare la prof e se posso vantarmi di questo appellativo ufficialmente ufficiale al cospetto di non so chi.

dire che non me ne frega un bel niente di niente forse mi porta sfiga, ma lo dico ugualmente.



brrr.



rabbrividiamo.



poi, per la serie "il raduno più piccolo della storia dei raduni" vorrei ringraziare numero6 per avermi messo il peperoncino negli occhi e nelle orecchie trascinandomi in quel di melzo a rivivere un certo concerto di quasi tre anni fa.

mercoledì 7 maggio 2008





sento le note ancora risuonare in un lontano accordo, e ho ancora il colore negli occhi di quella nuvola dorata che avvolge di luce l'Assunta.

cosa può volere in più una persona?

le note del vespro della beata vergine, composto da monteverdi che riposa tranquillo da quattro secoli qualche cappella a sinistra dell'altare maggiore su cui si staglia imponente la prima grande opera pubblica di tiziano, che con il suo gesto ci porta tutti più in alto, proprio verso quella luce dorata.

altro che sindrome di stendhal.

c'è da impazzire.

c'è da impazzire all'idea che in quattro giorni sono stata sommersa da una bellezza onnipresente, e ora...

mercoledì 2 gennaio 2008






come degno coronamento di un 2007 alquanto di cacca sono finita imbucata in una cena a cui nessuno mi ha invitato, con una quindicina di sconosciuti in un mega appartamento di un'arredatrice di interni di un paesotto qui vicino, le cui tre figlie hanno organizzato una cena molto fashion con abitini in seta, ballerine d'occasione, nastro rosso e stelline scintillanti con cui affumicarsi allo scoccare della mezzanotte. l'amica che ha avuto pietà di me e ha implorato la (figlia della) proprietaria di casa (nonchè ragazza di un amico del ragazzo dell'amica) ad accogliermi è stata fin troppo gentile e non aveva la minima idea di che razza di serata ci avrebbe aspettato. c'erano due strani personaggi di cui uno ha solo scattato fotografie con la sua D50, e l'altro.. l'altro ve lo devo descrivere perchè se non mi sono innamorata di lui è solo questione di tempo.

è un mito. laureato in fisica, orecchie a sventola coperte da un caschetto di capelli dritti e scuri che incornicia un volto carino, sta scrivendo una tesi di dottorato in matematica pura, per cui è stato all'estero qualche mese. non ha aperto bocca quasi mai. sul suo bicchiere di plastica invece del nome ha disegnato un carrello della spesa. dopo qualche ora seduto al tavolo di fianco a me si è sbilanciato e mi ha raccontato il perchè di quel carrello, ovviamente su mia incalzante e ripetuta richiesta. il tutto in una trentina di parole, centellinate minuto dopo minuto, tra silenzi imbarazzati e sorrisi arrossiti.

"quando ho finito le superiori e mi sono iscritto a fisica i miei compagni mi hanno detto che se fossi andato avanti così avrei avuto bisogno solo del cervello, e quindi avrei usato un carrello per muovermi. sarei diventato solo pensiero".



per fortuna il capodanno vero l'ho fatto con qualche giorno di anticipo, al mare degli italiani, tra presepi di sabbia e notti ghiacciate degne di una brianza dicembrina. l'ho fatto con amici di sempre anche se incontrati per caso solo una volta oltre a questa. condensare tre giorni in poche righe non è facile, perchè non è facile solo nominare andrea, zama, lele, luca, massi, senza sorridere ogni tre secondi e pensare che le cose vanno davvero in modo curioso. perchè attorno a un tavolino andaluso si possono incontrare persone che dopo due anni non è passato nemmeno un giorno. e ti senti a casa, con il cane pecorella, le anime nere, il lettino della nonna, i murales da fellini, le grotte nel tufo, papaline e turbanti, strozzapreti e tagliatelle al ragù (e molto, molto altro).

martedì 11 settembre 2007

cartelle e valigie

curioso come quasi due mesi fa mi apprestavo a preparare una valigia per il messico, e ora invece preparo una valigia per l'ospedale. anche se non è detto che inizi domani, speriamo che il soggiorno non sia lungo.

intanto oggi primo giorno di scuola: il mio primo primo giorno di scuola da prof.

l'anno scorso mi ero persa questa chicca così ho voluto fare la super prof e non perdermi questa bella giornata in cui tutti sono contenti di tornare a scuola, ma le due signorine L5 S1 si sono vendicate e mi hanno costretto a letto tutto il pomeriggio, dopo un'intera mattina a camuffare tra i banchi smorfie per le fitte di dolore. stasera mi è sembrato di essere tornata ai brutti tempi quando mangiavo bocconcini già tagliati in orizzontale, solo che mi manca la mia dose giornaliera di oppio camuffato in pillole azzurrine.

però è valsa la pena vedere come tutti siano diventati più belli, più grandi, più chiacchieroni, mentre i nuovi arrivati ti guardano come pulcini impauriti e ti senti un po' mamma chioccia

mercoledì 29 agosto 2007

sempre casa.

questo blog sta diventando più un bollettino medico ma diciamo che non ho molto altro da raccontare. finalmente sono riuscita a prenotare la visita da sua maestà il neurochirurgo che mi riceverà a palazzo il prossimo 6 settembre. il che significa un'altra settimana in questo stato semivegetativo aggravato da ormai lunga tossicodipendenza da cortisone e antidolorifico. peccato che settimana prossima inizino le riunioni a scuola, e che il 10 inizi la scuola vera e propria, dove a questo punto, vista l'estate sfumata in un insipido scorrere di mattine, pomeriggi e sere neanche troppo estive, non vedevo l'ora di andare. chissà come sarà la mia nuova prima. chissà come sarà il mio secondo anno da prof... di certo non inizierà nel migliore dei modi, o comunque non inizierà nei tempi consueti.

nel frattempo guardo la mia schiena e le vertebre che sporgono come se fossero gli spuntoni di un mostro cattivo e poi guardo le schiene normali degli altri, che si piegano, si stendono, che non odiano la propria schiena, e li invidio un pochino.

però domenica e lunedì ho avuto una visita speciale dal paese delle mele, che mi ha riportato in mexico e dentro all'estate.

lunedì 20 agosto 2007

dean

dal mio letto non posso non pensare a quello che sta succedendo e succederà domani nei posti dove ero solo un paio di settimane fa.

si capiscono molte cose dello yucatan se si pensa alla frequenza di queste catastrofi.

un paradiso che può diventare inferno.

per fortuna che la tempistica è stata scelta bene. un punto di fortuna nei mille punti di sfiga che ho avuto. ci mancava solo l'uragano dean...

intanto sono sempre qui a intossicarmi. ieri ho voluto fare a meno dell'antidolorifico, oggi ne ho pagato le conseguenze anche morali.

scusate il pessimismo cosmico ma ho fatto il conto e sono 16 giorni che sto in queste condizioni. sì è vero il dolore non è più come all'inizio ma mi sono anche rotta le scatole.

domani il risultato della risonanza.

domenica 19 agosto 2007

casa. letto

mi sono stufata di stare a letto, a pancia in su, guardando il soffitto o al massimo un libro tenuto in alto con le braccia che dopo qualche minuto si stancano. ho ancora negli occhi il messico, che non ho potuto salutare come si deve, che ho dovuto lasciare in fretta, non a causa di un uragano.

sarei potuta impazzire dal male.

la mia schiena mi ha giocato un brutto scherzo, non avevo mai sentito dolori simili, eh sì che sono esperta di ernie, eh sì che ero preparata, con medicine pensate per il peggio e rivelatesi perfettamente inutili perchè quel peggio era impensabile, eh sì che avevo passato tre settimane d'incanto e stava per arrivare la parte migliore. ero nella spiaggia più bella, col mare più blu che si può, in una capanna che più di paglia non poteva essere... e purtroppo non me la sono potuta gustare fino in fondo, a dire il vero quasi per niente. certo, la porta era aperta e da lì vedevo il mar caribe, la sabbia e le palme, la gente che sin dalle prime ore del mattino andava a fare il bagno, o sentivo la musica fino a notte fonda dal barettino davanti alle onde. contavo le ore che mancavano al giorno dopo, quando la medicina avrebbe dovuto farmi effetto, e provavo a non ascoltare il dolore. non sempre ci riuscivo. a dire il vero ad un certo punto non ho più resistito.

ora il dolore sta passando, lentamente, ma continuo a stare stesa ad aspettare. credo siano due settimane esatte da quando mi sono sdraiata. mi sono sdraiata sotto a un tetto di paglia, piena di sabbia e sale, e poi mi hanno sdraiato nel letto di un piccolo ambulatorio, pieno di formiche a quanto mi diceva emil. ma io non le vedevo neanche.  poi  ancora mi hanno sdraiato su un'ambulanza e poi ancora in una clinica di cancun. lì sono stata sdraiata due o tre giorni, non saprei. mi hanno alzato giusto in tempo per farmi sdraiare su quattro sedili liberi di un volo intercontinentale anticipato, mentre dormivo, perchè oltre allo stare sdraiata e a sentire dolore, è stata questa la mia terza grande occupazione. mi hanno sdraiato nell'aereoporto di madrid e ancora su un aereo per malpensa. credo che fossi dispensata dalle cinture di sicurezza. o semplicemente non ricordo che qualcuno me le abbia allacciate. un'altra ambulanza italiana mi aspettava a milano e sono arrivata all'ospedale sdraiata. così sono rimasta una notte e il giorno dopo. insomma, ormai si è capita la solfa, e non c'è poi tutto quel gusto a raccontare di essere sdraiata nel proprio letto. è molto più delizioso raccontare che ogni tanto mi alzo, con le stampelle, arrivo fino al bagno, poi torno indietro.

non sono in pericolo di vita, il mio è solo dolore, non ho avuto paura, solo male. ed è una sciocchezza rispetto ad altri mali più pericolosi. ho sempre avuto qualcuno al mio fianco, e ho pur sempre passato tre settimane in un posto d'incanto. nella foto lì sotto sembro il papa che sta dando la benedizione urbi et orbi. in realtà è un segno di vittoria sotto l'effetto della morfina perchè sapevo che tutto quello di straordinario che mi stava capitando l'avrei raccontato con un sorriso. certo non pensavo che sarebbe stato così difficile, ma nemmeno credevo si potesse essere così felici quando qualcuno ti passa sul corpo una spugna imbevuta d'acqua e sapone per togliere lo sporco e la sabbia di tre giorni prima, o quando riesci da sola a lavarti i denti reggendoti sul lavandino.

forse qualcuno avrebbe preferito sentirsi raccontare del messico, per stasera va così, ci sarà tempo anche per quello.

martedì 14 agosto 2007

epilogo



















































questo più o meno l'epilogo. difficile tentare un riassunto al momento, veramente troppo da raccontare.. per il resto andate a sbirciare le foto e se qualcuno è indeciso sulla futura meta si lasci influenzare da quello che vede, con la certezza che dal vero è ancora meglio (epilogo a parte). tornerei domani se potessi ma visti gli episodi degli ultimi 10 giorni per me sarà il caso di prendermi una vacanza dalla vacanza.

non ho nemmeno fatto in tempo a dispiacermi della fine di questa magia, forse perchè qualcun altro ha trasformato un incubo in una magia ancora più grande.

lo sai già tesoro mio, ma voglio dirtelo ancora.

sabato 16 giugno 2007

è vacanza, almeno al 50%. le pagelle sono state consegnate, mancano solo tre esami da studiare, con saggi sul leggio in legno e il bustino di gesso per la mia schiena storta che ha da raddrizzarsi in meno di un mese.

imbattendomi in foto andaluse ho riletto parte del mio diario di viaggio. i brividi erano scontati eppure mi hanno sorpreso.

che ilaria diversa rispetto al viaggio ho conosciuto da settembre a questa parte. ma è ora di rimettersi a fare cose serie, come perdersi nei vicoli di qualche città sconosciuta e dormire in tenda.

altro che prof.

la prof va in vacanza, fino a settembre. non sarà l'andalusia stavolta, ma un paese altrettanto caliente e attraente e divertente e impertinente con millenni di storia che cercherò di toccare, con decine di nuovi amici che vorrò incontrare.

sento una crescente consapevolezza del mistero infinito che mi aspetta giorno dopo giorno, niente è scontato, tutto è da decidere, sognare,  toccare  con mano con cuore con gli occhi l'odore.

e otto fantastici mesi da prof, otto mesi da reclusa, studiosa, noiosa, nervosa da poter ricordare.

sabato 26 maggio 2007

la mia principale occupazione da universitaria a venezia, quando arrivava il momento di mettersi sotto con lo studio in vista degli esami ormai vicini, era quella di pretendere un ordine e una pulizia perfetta nell'ambiente di studio, prima di iniziare effettivamente ad aprire un libro e a leggerlo.

oggi ho ripreso questa usanza che devo dire dà molte soddisfazioni, soprattutto se sono anni che non svuoti quei cassetti sotto alla scrivania e ci impieghi mezzo pomeriggio, facendo passare oggetti disparati che sono appartenuti a ere remote della tua giovinezza e infanzia, buttando nel cestino boccettini vuoti di bagnoschiuma dell'albergo, o portachiavi trovati in uova della pasqua 1989.

penso a un eventuale trasloco e mi viene l'ansia.

ad ogni modo sarà ora che mi rimetta a studiare, senza però lasciarvi prima di avervi regalato queste chicche dall'ultima verifica dell'anno in prima.



argomento n. 1: tombe etrusche.



tutti sanno (ok.. quasi tutti sanno e se non lo sanno glielo dico io, altrimenti che prof di arte sono??) che le tombe etrusche sono sotterranee e scavate nel tufo, e vengono decorate con affreschi che riportano scene di danza, caccia, vita quotidiana. fin qui va bene.



va un po' meno bene quando un gigione con l'apparecchio ai denti scrive sulla sua verifica, in stampatello, a conclusione della sua risposta più o meno esauriente:



N.B. Tufo --> Sostanza CARCEROGENA.



argomento n. 2: i metodi di costruzione dei romani, ovvero i vari opus che hanno ciascuno un nome preciso così carino e così LATINO.



diciamo che i più comuni sono opus quadratum, opus reticulatum, opus latericium, opus silicium, opus incertum, opus mixtum ecc.



non sapevo che esistesse anche l'opus semplicium, l'opus rectangulum, l'opus leticium.


giovedì 8 febbraio 2007

flash back

facendo un po' di ordine sulla scrivania si trovano sempre cose interessanti.

foto, libricini, fotocopie, biglietti di mostre, cinema, teatro, e ho trovato anche questi, datati 12 luglio 2005





 





si vede che sono a casa malata e posso prendermi il lusso di perdere un po' di tempo tra i ricordi..

propongo che ad ogni persona venga riconosciuto un periodo di vacanza dal lavoro per dedicarsi a sistemare le proprie scartoffie, il proprio passato. Fa così bene al cuore.

giovedì 4 gennaio 2007

non possedeva quasi niente la mia gatta vecia.

le avevamo regalato noi un paio di cestini e un collare rosso con attaccate le chiavi di casa della sua porticina privata. aveva un modesto servizio di ciotoline in plastica colorata: una per i croccantini, una per la pappa, una per il latte. non si degnava di bere acqua: solo latte fresco, appena prelevato dal frigorifero.

ultimamente era diventata una rompiscatole sorda, che miagolava a vuoto nel bel mezzo della notte, ma quando si faceva riempire di grattini dietro le orecchie e sul collo le perdonavamo tutto.

rispondeva per noi al telefono se non eravamo in casa. diceva: "sono diana, la gatta di questa famiglia. i miei padroni non sono in casa ma se lasciate a me un messaggio glielo riferirò".

ci comandava tutti a bacchetta, con quel suo fare un po' bisbetico ed allo stesso tempo da gran signora. sono certa che il pelo le ricopriva un musino ormai rugoso, vecchia micia centenaria che ci osservava con i suoi occhi grandi e scuri, vispi  e  arzilli quando si trattava di afferrare un pezzetino di  pollo, saggi e giudiziosi quando si acciambellava sul suo cuscino nell'attesa di addormentarsi.

non è rimasto quasi nulla di lei, se non un silenzio irreale interrotto dalla tentazione di chiamarla per farla salire sulla mia sedia durante la cena, quando allungava le zampine anteriori sul tavolo e reclamava la sua razione di bocconcini prelibati.

lo so, non si trattava di una persona, era soltanto una gatta.

 






diana, non mi hai aspettato. magari ti saresti addormentata più serena per l'ultima volta se ci fossi stata lì io a farti qualche grattino.