giovedì 31 luglio 2008

racoons

eh gia', ieri sera ho visto un bel procione che frugava nella spazzatura. potresti scambiarli per gatti con delle magnifiche codone a righe, ma sono leggermente piu' grandi e soprattutto non sono molto friendly (almeno quelli che vivono in citta'). uff avrei tanto voluto prenderlo in braccio ma e' scappato, e roberto dice che sono un po' cattivi (oltre che un po' sporchini). mi mancano le puzzole i castori e gli orsi dopodiche' sono a posto, ma ho come l'impressione che qui a toronto sara' piu' difficile vederne.. intanto io continuo a macinare chilometri sulla bici. ieri sono passata davanti al rogers stadium c'erano i bagarini che vendevano biglietti per la partita a 10 dollari. non sono ancora salita sulla seconda torre piu' alta del mondo ma penso che lo faro' uno di questi giorni.

mercoledì 30 luglio 2008

trono

si' eccomi a trono, un ammasso di edifici bassi intorno al downtown grattacielico che a seconda della zona ti faranno sembrare di essere in qualche altra parte del mondo con un sacco di scritte colorate, merci di ogni genere ammassate, gente di ogni etnia che non ti fa sentire una straniera, perche' i canadesi sono al 70% stranieri.
stavolta e' robertino che mi ospita, un incrocio tra una mamma venezuelana e un papa' ebreo polacco emigrato in america durante la guerra, che ho conosciuto insieme al suo amico jesse a venezia otto anni fa. giusto per restare nella norma.
adoro i canadesi perche' usano la bicicletta per andare in giro dappertutto, infatti ieri ho passato in bici quasi 5 ore, e il programma per oggi non sara' molto diverso.
a toronto c'e' la torre piu' alta del mondo che svetta su ogni edificio, in particolare sulle casette a due piani con portico e giardinetto che si susseguono una a fianco dell'altra in un reticolato infinito di strade. praticamente e' impossibile perdersi: con il lago ontario che sembra un mare inquinato da una parte, e con il nome di un paio di strade, basta andare sempre dritti e prima o poi si incrocia quella che si stava cercando. forse l'america e' proprio questo. non so. anche perche' qui sono in canada, e l'altra citta' che ho visto fino ad ora in questo viaggio e' boston, un'eccezione dopotutto.
mi manca boston, mi manca la compagnia di jefferson, ma succede sempre cosi' quando si va da un posto all'altro e ci si era abituati bene. e' bastata gia' la giornata di ieri per farmi ambientare un pochino.
ieri ho incontrato un personaggio, amico di robertino, sulla spiaggia del lago ontario, che merita di essere nominato. appena ho il link dei suoi video lo incollo.

lunedì 28 luglio 2008

one penny for your thoughts

eccomi con la puntata numero uno del mio trip.


a dire il vero ho l'aereo tra un paio d'ore e devo passare da casa di jefferson a prendere la valigia, e soprattutto ho l'aria condizionata della boston public library di north end sulle spalle per cui non so quanto tempo resistero' qui a scrivere.


da dove inizio? sono gia' volati 5 giorni, la prima tappa bostoniana si sta per concludere e sono proiettata verso il canada. a casa di jefferson mi sono sentita molto a casa, non fosse altro che e' nel cuore della little italy di boston, con tanto di statue processionali di san giuseppe a cui vengono attaccati bigliettoni verdi e che vengono portate a spalla per hannover st., tra bancarelle di arancini e calamari fritti nella migliore tradizione italiana.


ho sentito l'inno americano almeno una volta ogni giorno, suonato dalla banda, dall'orchestra della marina davanti al municipio di boston e non so da chi altro, e ovviamente c'e' una bandiera a stelle e strisce ogni cento metri.


ieri ero a harvard, dove ho deciso che faro' il mio dottorato per scoprire il significato di alcune decorazioni di soggetto palesemente veneziano nella boston public library. ho gia' scelto il dormitorio che si affaccia sul parco e mi basta fare domanda sono sicura che verro' presa.


l'altro ieri invece sono stata in un altro posto molto veneziano, l'isabella gardner museum: una collezione di questa sciura americana che ha fatto costruire un vero palazzo veneziano a boston e lo ha riempito di un sacco di cianfrusaglie di grande valore, tra cui anche il ritratto di tommaso inghirami by raphael e un ratto d'europa di tiziano. ma la palma di migliore mostra, almeno tra quelle viste fino ad ora, va a una magnifica 'da el greco a velazquez' con capolavori assoluti della pittura spagnola del siglo de oro, al boston museum of fine arts. 


di certo non dimentichero' una sorta di aperitivo a base di anguria mango e rum sull'altana (se cosi' si puo' definire una terrazza gigante sul tetto della casa di un amico di jefferson) con vista sullo skyline di boston al tramonto, con le lucine dei grattacieli che colorano di pixel giallognoli il cielo man mano che si scurisce.


starei qui a raccontare migliaia di altre cose, ma credo che rimandero' al prossimo post altrimenti perdo l'aereo (non e' vero ma ho un certo languorino e andro' a mangiare qualcosa delle migliaia di schifezze che offre l'america - il mio tasso di colesterolo sta paurosamente salendo, me lo sento).

lunedì 21 luglio 2008

ho il contenuto della mia futura valigia sparpagliato sul letto, pronto per essere riversato nel nuovo trolley acquistato per sostituire lo zainone che non potrò mai più usare.

secondo me, includendo i regalini, il parmigiano e cazzatine varie avanzerà addirittura posto, assolutamente necessario per gli acquisti che spero e temo saranno numerosi. non che sia enorme, ma il vantaggio di essere femmina e viaggiare in estate permette di portarsi una schiera di canotte e mini magliette che occupano si e no lo spazio di un gatto. (già. perchè brio che ha sempre mostrato di adorare ceste, cestini, armadi, borsoni, scatole, cassetti, mostra di apprezzare moltissimo il trolley che è pertanto già pieno di peli che mi terranno compagnia, insieme a quelli che sono già sui vestiti solitamente conservati negli armadi di cui sopra, quando sarò dall'altra parte del mondo senza di lui).

mi si prospetta una vacanza culturale in cui non so esattamente come farò a dividere le giornate tra un museo e l'altro.

incomincerò con una bella mostra: da el greco a velazquez, al museum of fine arts di boston, passando per l'isabella gardner museum, poi l'ICA (institute of contemporary art) e l'MIT museum. questo solo per quanto riguarda boston.

toronto sarà una tappa a metà tra la natura e la vita notturna, tra feste e concerti jazz e visite ai dintorni della città, niagara falls comprese.

infine new york.. new york, da dove inizio? moma, met, frick, neue galerie, guggenheim e miliardi di gallerie. ma già alla sera del mio arrivo sono stata invitata a un pic nic nel parco con film e qualche altra americanata.

intanto qui in brianza la vita procede come al solito, tra bagni al lago non fatti causa nuvole, feste paesane con tanto di lucine in piazza e balli popolari, bancarelle e fuochi d'artificio, noia sparsa e costante, anna karenina che mi accompagna nei pomeriggi sonnolenti, lunghe passeggiate con giotto in mezzo ai campi caldi di grilli e cicale, una nuova bici in arrivo per riprendere confidenza con l'europa al mio ritorno.

l'estate scivola via così, purtroppo, senza neanche rendermi conto.

mi sono persa il redentore, mi sono persa un matrimonio ssis, mi perderò un paio di super concerti... spero di recuperare.

martedì 15 luglio 2008

regolarmente venezia si presenta nei miei sogni e lascia un solco sulle palpebre quando le riapro al mattino.

quella di stanotte era una venezia inizialmente notturna: un ramo buio, in realtà un miscuglio tra una stretta calle realmente esistente vicino al palazzo dei pompieri ed un'altra totalmente inventata situata nei pressi di san zaccaria.

sono fuori da un bacareto con gente in piedi con il bicchiere di spritz o di bianco, uno zaino o una specie di valigia appresso, piuttosto di fretta perchè devo passare da un amico che abita lì nelle vicinanze. all'improvviso mi trovo da sola, in un punto della città per cui non ho alcuna coordinata spaziale. dovrei essere tra san zaccaria e riva degli schiavoni, e invece mi ritrovo a camminare in un campo che somiglia a san tomà ma non mi porta nè ai frari nè al traghetto sul canal grande.

cammino per ore. è buio e a fatica riesco a dirigermi in una zona conosciuta: l'oscurità mi fa procedere quasi alla cieca.

gli edifici si diradano, uno strano ponte senza parapetto e largo poco più di mezzo metro viene utilizzato da motorini e biciclette per attraversare un canale che mi separa da uno slargo su cui si staglia un enorme albergo con una magnifica facciata art nouveau, illuminata da decine di lampade. l'effetto è quello di un fondale felliniano unito al grand hotel di tremezzo. scende una pioggerellina fine che rende lucidi i lastroni in pietra d'istria su cui si riflettono i fanali dei motorini. si sta facendo giorno ma c'è parecchia gente in giro. chiedo a un facchino in divisa in quale punto della città mi trovo. sono sempre a venezia, ma si tratta di un'isola a sud est della laguna, vicina all'aereoporto ormai in disuso, su cui però attraccano centinaia di barche di turisti che si mettono disordinatamente in fila su passerelle in legno simili a intricati fili di una ragnatela. è estate ed a questo punto c'è un sole piuttosto caldo che getta ombre nette sulle assi delle passerelle. mi metto in fila anche io, fino a quando scopro che si tratta di una coda per visitare un'enorme chiesa cinquecentesca dalla facciata altissima e larghissima, al cui interno sono apparentemente custodite meravigliose opere d'arte. almeno questo è quanto affermano numerosi cartelli ad uso turistico disseminati nei dintorni. ma io devo tornare a venezia, che vedo in lontananza come una magnifica cartolina circondata dalle alpi innevate, quasi un anfiteatro naturale. l'aria è  cristallina e mi permette di vedere la città da un punto di vista assolutamente nuovo. non avevo mai notato che le isole della laguna assomigliano a quelle delle cicladi, come degli enormi panettoni brulli che entrano nel mare blu.

scelgo di dirigermi verso il centro: la chiesa e i suoi tesori possono aspettare.

tutta questa scenografia si smaterializza. il sogno mi lascia.

sabato 5 luglio 2008

nel mio paesello c'è un'antica piazza, racchiusa tra due esedre e alcuni edifici che avevano funzione di stalla, dove una volta si svolgeva il mercato dei bachi da seta.

questa piazza è cresciuta attorno ed insieme ad un santuario cinquecentesco costruito in seguito all'apparizione della madonna che si presentò su un albero di noce per indicare la strada a due poveri bambini persi nei boschi, figli dei pochi contadini che popolavano quei territori sotto il dominio dei marchesi crivelli.

sono molte le spose non autoctone che ambiscono la piazza e il bel santuario a pianta centrale (progettato da pellegrino tibaldi) come scenario per il loro matrimonio, e fanno sì che vengano costantemente riempiti gli interstizi tra i pietroni squadrati e i ciottoli di fiume con chicchi di riso, oltre che la chiesa con bellissimi fiori.

davanti al santuario ci sono due grandi portici aperti su tutti i lati, coperti da tegole sostenute da enormi travi di legno tra le quali i piccioni fanno il nido, e proprio sotto a uno dei due portici ho assistito stasera all'estate, quella vera, che mi toglie il fiato e mi rapisce nel bello che si ammucchia e fa gara a mostrarsi.

stavo camminando con giotto poco lontano e mi ha incuriosito un rumore, come di una tv a volume altissimo, che proveniva dall'interno della piazza. sentivo musica, e poi vociare di persone. mi sono avvicinata ad un sottoportico che fa da ingresso alla piazza, e ho riconosciuto un ronzio inconfondibile che mi ha portata indietro di parecchi anni, inizialmente, e mi ha trasportato direttamente in una scena di nuovo cinema paradiso. il ronzio era quello dato dalla bobina che scorreva veloce tra una pizza e l'altra di un proiettore, quasi come un rullare dolce di tamburi, che si amalgamava al sonoro del film sparato da un paio di casse ai lati del portico, e che dava magicamente vita alle scene proiettate su un enorme telo bianco. davanti al telo diverse file di sedie di plastica bianca, e sopra alle sedie, le silhouette di una cinquantina di spettatori, incantati nella magia  del film e della notte d'estate.

francis il mulo parlante. questo è il primo film che mi è capitato di vedere in un cinema all'aperto, precisamente all'oratorio, proprio di fianco al santuario. ricordo che era in bianco e nero. ricordo che c'era un mulo che parlava. non so esattamente quanti anni avevo, probabilmente sei o sette, ma sono cose che è difficile scordare. il rumore della bobina e i rumori del mondo che interferiscono liberamente con quelli dei dialoghi e delle musiche.

dolby surround, comode poltrone imbottite, effetti speciali, mega schermi, multisala con popcorn. in realtà la magia di un film viene amplificata dalle zanzare, le stelle in cielo, il caldo appiccicoso e le risate di qualche bimbo unite ai commenti di qualche adulto.

mi sono diretta verso il lungo viale dei cipressi che scavalca un paio di colline con una linea retta. giotto giocava con il suo guinzaglio, uno spicchio di luna sottile appena sopra l'orizzonte aveva proporzioni spropositate, dalla terra già avvolta dall'oscurità spiccavano i moncherini ultracentenari delle statue che si stagliavano sul il cielo più fosforescente di una lampada ultravioletta.

considerando che oggi pomeriggio l'ho trascorso al lago, direi che è stata proprio una bella giornata.

e domani inizio gli orali della maturità.





mercoledì 2 luglio 2008

Non scherzar con l'ascia...

Novella LXXXIV


 


Uno dipintore sanese, sentendo che la moglie ha messo in casa un suo amante, entra in casa e cerca dell'amico, il quale trovando in forma di crocifisso, volendo con un'ascia tagliarli quel lavorío, il detto si fugge, dicendo: «Non scherzare con l'ascia».


— * —


Fu già in Siena uno dipintore, che avea nome Mino, il quale avea una sua donna assai vana, ed era assai bella, la quale un Sanese buon pezzo avea vagheggiata, e anco avea aúto a fare con lei, e alcuno suo parente piú volte gliel'avea, detto, e quel nol credea. Avvenne un giorno che, essendo Mino uscito di casa, ed essendo per alcuno caso andato di fuori per vedere certo lavorío, soprastette la notte di fuori. L'amico della donna, di ciò avvisato, la sera andò a stare con la moglie del detto dipintore a suo piacere. Come il parente sentí questo, che avea messo le spie per farnelo una volta certo, subito andò di fuori dove Mino era, e tanto fece che, dicendo per certa cagione dovere andare e tornare dentro, fu mandato uno con le chiavi dello sportello: e questo parente, uscendo fuori, lasciò quello delle chiavi dello sportello che l'aspettasse, e andò a Mino, el quale era a una chiesa presso a Siena; e giunto là disse:

- Mino, io t'ho detto piú volte della vergogna che mogliera fa a te e a noi, e tu non l'hai mai voluto credere; e però, se tu ne vuogli esser certo, vienne testeso e troverra'loti in casa.

Costui subito fu mosso e intrò in Siena per isportello; e 'l parente disse:

- Vattene a casa, e cerca molto bene, però che, come ti sentirà, l'amico si nasconderà, come tu déi credere.

Mino cosí fece, e disse al parente:

- Deh, vienne meco; e se non vuogli entrare dentro, statti di fuori.

E quel cosí fece.

Era questo Mino dipintore di crocifissi piú che d'altro, e spezialmente di quelli che erano intagliati con rilevamento; e aveane sempre in casa, tra compiuti e tra mani, quando quattro e quando sei; e teneagli, com'è d'usanza de' dipintori, in su una tavola, o desco lunghissimo, in una sua bottega appoggiati al muro l'uno allato all'altro, coperti ciascuno con uno sciugatoio grande; e al presente n'avea sei, li quattro intagliati e scolpiti, e li due erano piani dipinti, e tutti erano in su uno desco alto due braccia, appoggiati l'uno allato all'altro al muro, e ciascuno era coperto con gran sciugatoi o con altro panno lino. Giugne Mino all'uscio della sua casa, e picchia. La donna e 'l giovane, che non dormiano, udendo bussare l'uscio, subito sospettano che non fosse quello che era; e la donna, senza aprire finestra o rispondere, cheta cheta va a uno piccolo finestrino, o buco che non si serrava, per vedere chi fosse; e scorto che ebbe essere il marito, torna allo amante, e dice:

- Io son morta: come faremo? il meglio ci sia è che tu ti nasconda.

E non veggendo ben dove, ed essendo costui in camicia, capitorono nella bottega dov'erano li detti crocifissi.

Disse la donna:

- Vuo' tu far bene? sali su questo desco e pònti su uno di quelli crocifissi piani con le braccia in croce, come stanno gli altri, e io ti coprirrò con quel panno lino medesimo, con che è coperto quello; vegna cercando poi quanto vuole che io non credo che in questa notte e' ti truovi, e io ti farò un fardellino de' panni tuoi e metterògli in qualche cassa, tanto che vegna il dí; poi qualche santo ci aiuterà.

Costui, come quello che non sapea dove s'era, sale sul desco e leva lo sciugatoio, e in sul crocifisso piano si concia proprio, come uno de' crocifissi scolpiti, e la donna piglia el panno lino e cuoprelo, né piú né meno, com'erano coperti gli altri, e torna a dirizzare un poco il letto che non paresse vi fusse dormito se non ella; e tolto le calze, e scarpette, e farsetto, e gonnella e l'altre cose dello amante, subito n'ebbe fatto un assettato fardellino e mettelo tra altri panni. E ciò fatto, ne va alla finestra, e dice:

- Chi è?

E que' risponde:

- Apri, io son Mino.

Dice quella:

- O che otta è questa? - e corre ad aprirli.

Aperto l'uscio, e Mino dice:

- Assai m'ha' fatto stare, come colei che se' stata molto lieta che io ci sia tornato.

Disse quella:

- Se tu se' troppo stato, è defetto del sonno, però che io dormiva e non t'udía.

Dice il marito:

- Ben la faremo bene.

E toglie uno lume e va cercando ciò che v'era insino a sotto il letto.

Dice la moglie:

- O che va' tu cercando?

Dice Mino:

- Tu ti mostri nuova; tu 'l saprai bene.

Dice quella:

- Io non so che tu ti di': sapera'tel pur tu.

Andando costui cercando tutta la casa, pervenne nella bottega, dov'erano li crocifissi. Quando il crocifisso incarnato lo sente ivi, pensi ciascuno come gli parea stare; e gli convenía stare come gli altri che erano di legno; ed egli avea il battito della morte. Aiutollo la fortuna, ché né Mino né altri mai averebbe creduto essere in quella forma colui che era nascoso. Stato che Mino fu nella bottega un poco, e non trovandolo, s'uscí fuori. Era questa bottega con una porta dinanzi, la quale si serrava a chiave di fuori, però che uno giovene che stava col detto Mino, ogni mattina l'apriva come s'aprono l'altre, e dalla parte della casa era uno uscetto là, donde il detto Mino entrava nella bottega; e quando ne uscía della bottega e andavane in casa, serrava il detto uscetto a chiave, sí che il vivo crocifisso non se ne poteva uscire, se avesse voluto.

Essendosi combattuto Mino il terzo della notte, e non trovando alcuna cosa, la donna s'andò al letto, e disse al marito:

- Va' tralunando quantunche tu vuogli; se tu ti vuogli andare al letto, sí ti va'; e se no, va' per casa come le gatte, quanto ti piace.

Dice Mino:

- Quand'io arò assai sofferto, io ti darò a divedere che io non sono gatta, sozza troia, che maladetto sia il dí che tu ci venisti.

Dice la moglie:

- Cotesto potre' dir'io: è bianco, o vermiglio quello che favella?

- Io tel farò bene assapere innanzi che sia molto.

Dice quella:

- Va' dormi, va', e farai il tuo migliore, o tu lascia dormir me.

Le cose per istracca si rimasono per quella notte; la donna s'addormentò, e ancora egli andò a dormire. Lo parente, che di fuori aspettava come la cosa dovesse riuscire, standovi insino passata la squilla, se n'andò a casa, dicendo: «Per certo, in tanto che io andai di fuori per Mino, l'amante se ne sarà andato a casa sua».

Levatosi la mattina Mino molto per tempo, e ancora ragguardando per ogni buco, nella fine, avendo assai cercato, aprí l'uscetto e venne nella bottega: e 'l suo garzone aperse la porta di fuori da via della detta bottega.

E in questo, guardando Mino questi suoi crocifissi, ebbe veduto due dita d'uno piede di colui che coperto stava.

Dice Mino fra sé stesso: «Per certo che quest'è l'amico». E guardando fra certi ferramenti, con che digrossava e intagliava quelli crocifissi, non vidde ferro esser a lui piú adatto che un'ascia che era tra essi. Presa quest'ascia, e accostatosi per salire verso il crocifisso vivo, per tagliargli la principal cosa che quivi l'avea condotto, colui, avvedutosi, schizza con un salto, dicendo:

- Non ischerzar con l'asce.

E levala fuori dell'aperta porta; Mino drietoli parecchi passi, gridava: «Al ladro, al ladro»; colui s'andò per li fatti suoi.

Alla donna, che tutto avea sentito, capitò un converso de' frati predicatori che andava con la sporta per la limosina per lo convento. Andato su per le scale, come talora fanno, disse:

- Frate Puccio, mostrate la sporta, e io vi metterò del pane.

Quegli la diede. La donna, cavato il pane, vi misse il fardellino che l'amante avea lasciato, e sopra esso gittò suso il pane del frate e quattro pani de' suoi, e disse:

- Frate Puccio, per amor d'una donna che recò qui questo fardellino dalla Stufa, dove pare che il tale ier sera andasse, io l'ho messo sotto il pane nella vostra sporta acciò che nessuno male si potesse pensare; io v'ho dato quattro pani; io vi priego (ché egli sta presso alla vostra chiesa) quando n'andate, che voi glielo diate a lui, che 'l troverrete a casa; e ditegli che la donna della Stufa gli manda i suoi panni.

Dice Fra Puccio:

- Non piú! lasciate far me.

E vassi con Dio; e giugnendo all'uscio dell'amante, mostrando chieder del pane, domandava:

- Ècci il tale?

Colui era nella camera terrena; udendosi domandare, si fece all'uscio, e dice:

- Chi è là?

Il frate va a lui, e dàgli i panni, dicendo:

- La donna della Stufa ve li manda.

E colui gli dié duo pani, e 'l frate partissi. E l'amante considera bene ogni cosa, e subito ne va al campo di Siena, e fu quasi de' primi vi fusse quella mattina, e là facea de' suoi fatti, come se mai tal caso non fusse avvenuto. Mino quando ebbe assai soffiato, essendo rimaso scornato del crocifisso, che s'era fuggito, ne va verso la moglie dicendo:

- Sozza puttana, che di' che io sono gatta, e che io ho beúto bianco e vermiglio, e nascondi i bagascioni tuoi in su' crocifissi; e' convienne che tua madre il sappia.

Dice la donna:

- Di' tu a me?

Dice Mino:

- Anche dico alla merda dell'asino.

- E tu con cotesta ti favella, - disse la donna.

Dice Mino:

- E anche non hai faccia, e non ti vergogni? che non so ch'io mi tegno che io non ti ficchi un tizzon di fuoco nel tal luogo.

Dice la donna:

- Non saresti ardito, s'io non ho fatto l'uomperché; ché alla croce di Dio! stu mi mettessi mano addosso non facesti mai cosa sí caro ti costasse.

Costui dice:

- Deh, troia fastidiosa, che facesti del bagascione uno crocifisso, che cosí gli avess'io tagliato quello che io volea com'egli s'è fuggito.

Dice la donna:

- Io non so che tu ti beli: qual crocifisso si poté mai fuggire? non sono egli chiavati con aguti spannali? e se non fusse stato chiavato, e tu te ne abbi il danno, se s'è fuggito però che egli è tua colpa, e non mia.

Mino corre addosso alla donna e cominciala a 'ngoffare:

- Dunque m'hai tu vituperato e anco m'uccelli?

Come la donna si sente dare, che era molto piú prosperevole che Mino, comincia a dare a lui; da' di qua, da' di là, eccoti Mino in terra e la donna addossoli, e abburattalo per lo modo. Dice la donna:

- Che vuoi tu dire? Pigliala comunche tu vuoi, che vai inebbriando di qua e di là, e poi ne vieni in casa e chiamimi puttana; io ti concerò peggio che la Tessa non acconciò Calandrino: che maladetto sia chi mai maritò nessuna femina ad alcuno dipintore, ché siete tutti fantastichi e lunatichi, e sempre andate inebbriando e non vi vergognate.

Mino, veggendosi mal parato, priega la donna che lui lasci levare, e ch'ella non gridi, acciò che i vicini non sentino, che, traendo al romore, non trovassino la donna a cavallo. Quando la donna udí questo, dice:

- Io vorrei volentieri che tutta la vicinanza ci fosse.

E levossi suso, e cosí si levò Mino col viso tutto pesto; e per lo migliore disse alla donna che gli perdonasse, ché le male lingue gli avevano dato a creder quello che non era, e che veramente quello crocifisso s'era fuggito per non essere stato confitto. E andando il detto Mino per Siena, era domandato da quel suo parente che l'avea indotto a questo:

- Come fu? come andò?

E Mino gli disse che tutta la casa avea cerco e che mai non avea trovato alcuno; e che, guatando tra' crocifissi, l'uno gli era caduto sul viso, e avealo concio come vedea. E cosí a tutti e' Sanesi che domandavano: «Che è quello?» dicea che uno crocifisso gli era caduto sul viso.

Ora cosí avvenne, che per lo migliore si stette in pace dicendo fra sé medesimo: «Che bestia son io? io avea sei crocifissi e sei me n'ho: io avea una moglie e una me n'ho; cosí non l'avess'io! a darmi briga, potrò arrogere al danno, come al presente m'è incontrato; e s'ella vorrà esser trista tutti gli uomini del mondo non la potrebbono far esser buona»; se non intervenisse già come intervenne a uno nella seguente novella.




Franco Sacchetti, Trecentonovelle, 1399